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Radicate è nato nel 2012, quando strumenti come Skype iniziavano appena a diffondersi.
Fin dall’inizio li abbiamo adottati per mettere in relazione persone e idee in modo diretto e immediato, creando un archivio in continua evoluzione.
Questo avveniva molto prima che piattaforme come Teams o Meet diventassero di uso quotidiano.
L’intenzione era di sfruttare questi strumenti di connessione per esplorare questioni urgenti come migrazioni, trasformazioni tecnologiche, climatiche e geopolitiche, attraverso conversazioni con artisti, curatori, scienziati e ricercatori di tutto il mondo.

Radicate è un progetto ideato da Tiziana Casapietra.

Radicate was founded in 2012, when tools like Skype were just beginning to spread.
From the outset, we adopted them to connect people and ideas directly and immediately, creating an ever-evolving archive.
This was happening well before platforms such as Teams or Meet became part of everyday life.
The aim was to use these connection tools to explore urgent issues such as migration, technological, climatic, and geopolitical transformations, through conversations with artists, curators, scientists, and researchers from all over the world.

Radicate is a project conceived by Tiziana Casapietra.

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Home » Maurizio Cattelan e i Soliti Idioti, 25 Ottobre 2013 (English translation provided).

Maurizio Cattelan e i Soliti Idioti, 25 Ottobre 2013 (English translation provided).

Conversations
Courtesy Pierpaolo Ferrari e Maurizio Cattelan

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Alcuni giorni fa Maurizio Cattelan ha mandato gli insopportabili comici i Soliti Idioti a ritirare il premio “Alinovi Daolio” scatenando non poche polemiche. Molti sono stati coloro che hanno giudicato questa scelta irrispettosa del premio e delle istituzioni. Noi leggiamo questo intervento come una vera e propria opera d’arte in puro stile “cattelaniano”. Un nuovo lavoro che gli organizzatori del premio dovrebbero vantarsi di aver ispirato, offrendo loro un’inaspettata (?) risonanza mediatica.

Quella che segue è un’intervista inedita che Maurizio Cattelan ha rilasciato a Radicate.

Tiziana Casapietra: Quando un artista si afferma, come è successo a te, diventa, agli occhi dei più, una figura astratta. Vorrei che utilizzassimo questa intervista, per conferire concretezza al tuo percorso. Ricordo ancora quando con Massimo De Carlo venimmo a trovarti nel tuo monolocale in Viale Bligny a Milano, era la seconda metà degli anni ’90. Stavi lavorando ad “Errotin le vrai lapin” per la mostra da Perrotin a Parigi. Avresti mai immaginato, allora, che saresti diventato un’icona dell’arte contemporanea?

Maurizio Cattelan: Partirei da una premessa: non mi sono mai chiesto chi sarei diventato. Quando mi hai conosciuto la mia unica preoccupazione era rivolta al passato: desideravo solo non tornare a lavorare alle dipendenze di qualcun altro e non ricadere nella galera della routine. È banale ma vero, la noia mi terrorizza. Ma solo se è imposta da altri: voglio essere libero di annoiarmi come mi pare. L’urgenza che mi spingeva allora è la stessa che mi muove adesso, lotto con tutte le mie forze per fare ciò che voglio e essere autonomo dalle agende altrui. Forse è uno dei motivi per cui non ho mai avuto uno studio: un rapporto di dipendenza è sempre reciproco… da qualsiasi lato della scrivania io mi trovi, ne sono fatalmente allergico!

TC: Quando hai capito che il tuo lavoro si stava affermando al punto che sarebbe diventato, appunto, un’icona dell’arte contemporanea? C’è stato un evento particolare che ha segnato questo salto di qualità? Immagino sia difficile e anche stressante mantenere uno standard qualitativo così alto. Come hai affrontato questo aspetto del lavoro? Affermandosi, e acquisendo visibilità, si è soggetti ad elogi ma anche a critiche talvolta feroci e superficiali. Come ci si confronta e ci si protegge da questo aspetto del lavoro?

MC: Non sono nemmeno sicuro di saper definire cosa sia un’icona, figurati se ho mai aspirato a esserlo! Tra l’altro, essere un’icona è una vita rischiosa, non solo per le persone, anche per le opere… prendi la Gioconda ad esempio. Il fatto che tutti credano di conoscerne il sorriso l’ha resa invisibile: l’abbiamo vista riprodotta così tante volte che quando ce la troviamo davanti non sappiamo guardarla davvero… è come se l’avessimo consumata.

Quando ho partecipato alla Biennale di Celant, nel ’98, la lotta per non tornare a lavorare dietro a una scrivania è stata sostituita da altre battaglie… Sì, direi che possiamo considerarlo un momento di svolta, ma forse non lo definirei un salto di qualità. Il successo è un’arma a doppio taglio. Da un lato c’è il percorso personale, intimo: il tuo lavoro cambia e si rafforza in virtù di quanto cresci tu, come se stessi lavorando con un analista. Ogni nuova opera è un passo avanti nella conoscenza di te stesso, definisce una parte di te che puoi lasciare indietro. Forse solo questo garantisce la qualità del lavoro. Dall’altro lato, fuori da te, più questa crescita è riconosciuta, più aumentano gli occhi concentrati sul tuo percorso. All’inizio è solo un brusio, man mano che vai avanti diventa un rumore difficile da ignorare, fino a rischiare di diventare controproducente. È un canto lusinghiero ma fatale, come quello delle sirene dell’Odissea… Io come Ulisse io ho cercato di legarmi all’albero della nave: mi sono imposto una disciplina, delle regole e dei punti fermi. Ho sempre lavorato soprattutto per me e per altre due o tre persone che sono nella mia testa, le più esigenti. Mi sono detto: se soddisfo loro anche il pubblico, la critica e tutti gli altri saranno soddisfatti senza bisogno di pensarci.

TC: Se parliamo di lavoro, inteso come mestiere, come potresti descrivere il tuo? Voglio dire, in termini concreti, come lavori, come organizzi la tua giornata di lavoro, come si struttura il lavoro e la produzione dell’opera?

MC: Sono abbastanza “routine-addicted”: non posso iniziare la mia giornata lavorativa senza nuotare per almeno un’ora. Mi aiuta a tenere un ritmo produttivo durante il resto della giornata: cerco sempre di essere il più metodico possibile, anche se alla fine siamo tutti schiavi delle scadenze, e tutto tende ad andare fuori controllo.

TC: Ho letto le tue recenti interviste ad artisti come Yuri Ancarani e Andra Ursuta. Sei generoso, da artista affermato, a dare una mano ai colleghi. Come selezioni gli artisti che intervisti? Quali sono le caratteristiche del loro lavoro che apprezzi?

MC: Ho bisogno di un costante confronto con gli altri, ed è quello che ricerco anche quando intervisto un artista: sono convinto che la saggezza non sia solo frutto degli anni che passano, anzi, credo che tutti abbiano qualcosa da insegnare e di sicuro io ho sempre qualcosa da imparare. Anche per questo non ho mai definito dei criteri di scelta, mi baso molto sull’istinto… o forse dovrei dire sul mio naso!

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On October 25th Maurizio Cattelan sent the unbearable well-known Italian comedians “I Soliti Idioti” (Usual Idiots) to receive the prestigious “Alinovi Daolio” prize on his behalf. This act sparked much controversy. Many persons felt that his choice of representatives was both disrespectful to the award itself, and the affiliated institutions organizing it. We saw this act as a real work of art – in pure Cattelan-style. It was a new work that the organizers of the prize should boast about having promoted. And it also offered them an unexpected (unexpected?) publicity and wide resonance in the media.

The following is an unpublished interview that Radicate held with Maurizio Cattelan in October 2013.

Tiziana Casapietra: When someone becomes a successful artist, as has happened with you, he/she becomes, in the eyes of many, an abstract figure. I would like to use this interview to capture how your path has been shaped. I still remember when, with Massimo De Carlo, I came to visit you in your studio in Viale Bligny, Milan; it was the second half of the 90s. You were working on “Errotin le vrai lapin” for the exhibition at Perrotin in Paris. Did you ever imagine, then, that you would become an icon of contemporary art?

Maurizio Cattelan: I would start from this premise: I have never asked myself, “who I would become?”  When you met me, my only concern was never to work in the employ of someone else and not to fall into that “prison” routine. It is simple but true, boredom terrifies me. But, only if it is imposed by others: I want to be free to be bored as I please. The urgency that drove me then, is the same one that moves me now. I fight with all my strength to do that which I want to and to be autonomous from the agenda of all others. Maybe it’s one of the reasons why I never had a studio: a relationship of dependence is always reciprocal… on either side of the desk I find myself fatally allergic!

TC: When did you realize that your work was becoming established to the point that you would become, in fact, an icon of contemporary art? Was there a particular event that marked this leap? I guess it’s also difficult and stressful to maintain a standard of high quality. How did you approach this aspect of your work? In emerging and gaining visibility, you are susceptible to praise, but also sometimes fierce and superficial criticism. How do you compare and protect yourself from this aspect of the job?

MC: I’m not even sure I know how to define what is an icon, let alone I never aspired to be one! Among other things, being an icon is a risky life, not just for people, even for the work… take for example, the Mona Lisa. The fact that all may believe they know her smile has made it invisible: we have seen it reproduced so many times that when we encounter it, we do not know how to look at it properly anymore… as if we had “consumed” it.

When I participated in the Biennale of Germano Celant, in 1998, the fight for not returning to work behind a desk was replaced by other battles… yes, I would say that we can consider it a turning point, but perhaps I would not call it a qualitative leap. Success is a double edged sword. On one side there is the personal, intimate path: your work changes and grows stronger by virtue of how you grow up, as if you were working with a therapist. Each new work is a step forward in the understanding of yourself; it defines a part of yourself that you can leave behind. Perhaps only this guarantees the quality of the work. On the other hand, outside of yourself, the more this growth is recognized, the greater are the public’s eyes focused on your professional path. At first it’s just a buzz, as you go forward the noise becomes hard to ignore, until there is the risk of it becoming counterproductive. It is a flattering song but fatal, such as the sirens of the Odyssey… I, like Ulysses, have tried to tie myself to the mast of the ship: I imposed upon myself a discipline, the rules, and tenets. I have always worked for myself and for two or three other people who are in my head, they are the most demanding. I said to myself: if I satisfy them, also the public, the critics, and all others will be satisfied without having to think about it.

TC: If we talk about work, understood as a profession, how would you describe yours? I mean, in concrete terms, how do you work, how do you organize your work day, how do you structure your work and production of your oeuvre?

MC: I’m quite addicted to routine: I cannot start my working day without swimming for at least an hour. It helps me to keep up my production rhythm during the rest of the day: I always try to be as methodical as possible, even if in the end we are all slaves of deadlines, and everything tends to go out of control.

TC: I have read your recent interviews with artists such as Yuri Ancarani and Andra Ursuta. You are generous, as an established artist, to lend a hand to colleagues. How do you select the artists you interview? What are the characteristics of their work that you value?

MC: I need a constant comparison with others, and that’s what I look for even when I interview an artist. I am convinced that wisdom is not merely the result of passing years. In fact, I believe that everyone has something to teach and for sure, I always have something to learn. This is also why I never defined any criteria for choosing, I rely a lot on instinct… or should I say on my nose!

Translated from Italian by Garving Cummings

 

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